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Curiosità
Notizie vere o leggende curiose che riguardano la Calabria.
A Bova si parla una lingua simile al greco antico
A causa delle variegate radici storiche della regione, esistono zone della Calabria in cui si parlano ancora dialetti di diretta derivazione da altri linguaggi. Nel nord della regione si parla un dialetto derivante dal Napoletano, mentre nel sud della regione si riscontrano numerose somiglianze del dialetto locale con quello siciliano. In altre zone, più circoscritte, si parlano dialetti di derivazione albanese e addirittura franco-provenzale. A Bova, in provincia di Reggio Calabria, gli anziani della zona parlano ancora il grecanico, una lingua simile al greco antico, tanto che persino le vie del paese hanno la doppia nomenclatura: in italiano ed in grecanico.
Reggio Calabria la città di Fata Morgana
Reggio viene tradizionalmente chiamata "Città della Fata Morgana" perché qui si manifesta il raro fenomeno ottico-mitologico della Fata Morgana, durante il quale la costa siciliana sembra distare solo pochi metri rendendo possibile distinguere molto bene case, auto e persone.
IIl nome "Italia" nacque in Calabria
I territori oggi occupati da Reggio furono i primi ad essere denominati "Italia", nome con cui gli autori greci e latini indicavano la parte più meridionale della penisola del Brutium, la zona di Reggio infatti era anticamente abitata da un gruppo di Siculi che non varcarono lo Stretto, chiamati Itali dal nome del loro Re Italo. Erodoto, Dionigi di Alicarnasso, Tucidide e Virgilio tramandano che il nome fu esteso ad indicare i connazionali della Magna Grecia, che venivano dunque detti Italiótai, quindi fino all'inizio del V secolo a.C., con il nome "Italia" si indicò l'attuale Calabria, poi tutta la parte meridionale del Paese, e dal 49 a.C. anche le regioni settentrionali della penisola.
Dove sono finiti il passato prossimo e l'infinito?
La Calabria Ulteriore era un'antica provincia del territorio calabrese, corrispondeva all'incirca alle attuali province di Catanzaro, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia. Nel dialetto calabrese della Calabria Ulteriore è quasi sconosciuto l'uso del passato prossimo, sostituito dal passato remoto. Inoltre dopo i verbi modali viene escluso l'infinito.
Esempio (1)
Italiano: Ho fatto - Sono andato - Ho preso;
Dialetto calabrese: Fici - Andai - Pigjhiai (tradotto letteralmente: Feci - Andai - Presi).
Esempio (2)
Italiano: Voglio mangiare qualcosa;
Dialetto calabrese: Vogghju 'u mi mangiu 'ncuna cosa (tradotto letteralmente: voglio che mangio qualcosa).
Interventi chirurgici nel '500
L'autoplastica. A finire nelle mani dei turchi, bene che andava ci si rimetteva il naso, perché il gusto degli infedeli era proprio quello di infliggere un tal genere di ridicolizzante mutilazione ai cristiani. Ma, dalla seconda metà del '500 in poi, esser privi del naso non costituì più un problema, o, almeno, non lo costituì per quanti ebbero le possibilità di mettersi nelle mani dei fratelli Paolo e Pietro Vianeo, specialisti, in quel di Tropea, in chirurgia «autoplastica». Infatti i Vianeo, in anticipo di 400 anni, e con gli strumenti approssimativi dell'epoca, misero a punto una specialissima tecnica di ricostruzione dei nasi mutilati mediante utilizzazione di carne e pelle tolti dal braccio che, però, doveva restare attaccato al viso finché le parti espiantate non si fossero ricostituite. Ma se il fatto che Tizio si potesse far ricostruire il naso con pelle e carne del suo stesso braccio, non sortiva perplessità alcuna, se non nei pedanti cerusici fermi ancora alle purghe ed ai salassi comunque e in ogni caso, ben altro discorso facevano filosofi e teologi sulla possibilità di riuscita del trapianto da un individuo all'altro; e questo non perché fosse oggettivamente problematico che Caio potesse stare col braccio attaccato al viso di Tizio per un bel po' di tempo, ma perché allora costituiva verità indiscussa che un'unica, indissociabile e immateriale essenza pervadesse ogni parte del corpo umano. Tant'è che Tommaso Campanella, nel suo «De sensu rerum et natura» annotò: «Un signore napoletano, al quale era stato tagliato il naso, comprò un servo e gli promise la libertà se gli concedeva di rifarsi il naso con un pezzo di carne tolta dal suo braccio, secondo l'arte mirabile uscita da Tropea, città di Calabria, che completava l'operazione in quaranta giorni. Fu, cosi, rifatto il naso e liberato il servo. Questi, però, dopo tre anni morì di morte naturale e nel tempo stesso la parte di naso estratta dal corpo, putrefacendosi il cadavere, marcì anch'essa a poco a poco».
Pancione? Attenzione a quel che mangi!
A Vibo Valentia, e in tutto il catanzarese, era vivamente sconsigliato alla gestante il brodo di gallina nera, perché avrebbe potuto essere fonte di guai per il bambino; ottimo, per i motivi opposti, quello di manzo o quello di gallina bianca. A Fabrizia, la gestante non doveva bere alla vozza, adoperata per attingere acqua alla fonte, perché il bimbo non nascesse con la bocca larga. Ovunque in Calabria, ma la credenza si riscontra in molte parti d’Italia, le voglie alimentari della gestante devono essere immediatamente soddisfatte, per non correre il rischio che il bambino nasca con una gulìa (macchia) sulla stessa parte del corpo su cui la madre ha posato la mano, nel momento in cui desiderava quel cibo.
Un bel bagno...nel vino!
A Vibo Valentia, fino a mezzo secolo fa, i bambini appena nati erano immersi nel vino rosso: un augurio, questo, di prosperità e ricchezza.
Che bel bambino...Ma che odore!
Il vero pericolo per un neonato era, durante il periodo di allattamento, la mancanza del latte materno, perchè un tempo non si disponeva di latte artificiale, perciò era difficile che un neonato sopravvivesse qualora la madre ne fosse priva. Per scongiurare tale nefasta eventualità e perché il latte della puerpera fosse buono, la credenza popolare ricorreva ad una serie di scongiuri e rimedi che, il più delle volte - giurano ancora le vecchie comari - erano efficacissimi. A Nicotera, la neomamma andava in giro alla ricerca di sette donne dal nome Grazia, si faceva dare da loro un pezzo di pane, lo cuoceva, lo faceva assaggiare al neonato e il resto glielo poneva sul petto, dopo averlo avvolto nella stoffa. Oppure, faceva visita a nove famiglie, dalle quali ci si faceva dare un po’ di pane, olio, farina, sale e alcuni fiammiferi: gli ingredienti servivano a fare la pitta ’e carità, che doveva mangiare solo la madre. Se poi il bambino aveva ’a verminara, sempre a Nicotera, si poneva sulla punta dei piedi e sulla pancia del piccolo un po’ di aglio tritato: ma di aglio “vergine” doveva trattarsi, cioè si doveva esser certi che mai nessuno lo avesse annusato, cosa che avrebbe reso vana la pratica magica. In altri luoghi della regione, si faceva una collana di spicchi di aglio e si metteva al collo del bambino, con buona pace di quanti si avvicinavano al piccolo per vezzeggiarlo.
Attenzione a quel ceppo!
Un tempo era usanza, a Roccaforte del Greco (RC), dichiarare il proprio amore alla donna amata con il rito dello "cippitinnau". Di notte l’innamorato lasciava un ceppo davanti l’abitazione della giovane con cui desiderava fidanzarsi. Se il ceppo veniva portato dentro casa larisposta era affermativa; negativa se veniva lasciato fuori.
Un ruolo fondamentale lo aveva ilpadre della ragazza che portava avanti la trattativa dopo la richiesta di fidanzamento. Questo è il dialogo che si teneva tra il padre e il giovane innamorato. "Pis efere ton gippo ti dichatiramu?" (Chi ha portato il ceppo a mia figlia?). E il giovane rispondeva: "To e’fera ego’" (L’ho portato io). Nel caso in cui la decisione fosse stata positiva il padre della ragazza pronunciava la frase: “ I dicatera nu ene koli cippetthenemi!” (Mia figlia ha trovato un buon partito) Il ceppo, quindi, veniva portato dentro casa insieme al giovane. Se il responso era negativo questa era lafrase: "ghire’ apissu ti din ene j’assena to cippo" (Torna indietro che il ceppo non è per te) Il giovane, a questo punto, non aveva piu speranze.
I "vattienti" di Nocera Tirinese (CZ)
Molte tradizioni particolari della Calabria sono legate a ricorrenze religiose. A tal proposito è da segnalare la Pasqua di Nocera Tirinese, in provincia di Catanzaro, dove ancora oggi il Venerdì Santo, si può assistere alla rappresentazione dei "flagellanti" o "vattienti", i quali si martoriano le carni (gambe e braccie) fino a far scorrere il loro sangue.
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